TEATRO DELL'UNIONE

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IL TEATRO



Come ben sanno tutti gli spettatori italiani che conoscono i grandi teatri storici, con i palchetti, il palcoscenico in declivio da un lato e il palco reale dall’altro, la vera bellezza che questi luoghi presentano è il loro quadro sempre mutevole. La loro architettura è stata assimilata alla forma plastica di una fontana, dove non c’è spettacolo senza movimento dell’acqua. E’ questo il luogo dove la bellezza artistica è chiamata a vincere quotidianamente prove concrete; più che forme architettoniche precise, dunque, la locuzione “teatro all’italiana” sembra indicare, alla fine, una serie di procedimenti, di modi di presentarsi. Tra questi si colloca il nostro Teatro dell’Unione edificato per volontà di un gruppo di cittadini viterbesi, che a tal fine si unirono in una società, il cui atto costitutivo è datato 4 Gennaio 1844. L’Unione non fu il primo teatro ad essere costruito in Viterbo ma, nell’Ottocento, fu il primo per importanza e prestigio. Era stato infatti preceduto dal teatro del Genio, allora dei Mercanti, che ora sopravvive come cinema. La sua decadenza spinse quel gruppo di cittadini, con a capo il conte Tommaso Fani Ciotti, a prendere l’iniziativa di dare a Viterbo un teatro degno del rinnovato sviluppo, che la città cominciava ad avere nel secolo scorso. Nacque così la cosiddetta “Società dei palchettisti”, dalla cui “unione” il teatro prese appunto il nome. Nel Settecento e Ottocento nasce e si sviluppa il cosiddetto teatro “all’italiana”, di cui l’Unione è un eccellente esempio e di cui il “palchetto” è la cellulare più importante. Infatti avere in proprietà e in affitto Un palco veniva considerato come uno “status symbol” per ogni famiglia in vista e come una carta di accredito per essere accettati nella buona società del tempo. Colui che occupava il palchetto aveva – e forse ha ancor oggi – il suo momento di notorietà, era anch’egli sotto la luce dei riflettori di fronte alla sala gremita. In sintesi, per definire meglio lo spirito con cui la buona società del tempo utilizzava queste istituzioni, vale a dire i teatri a palchetti, sarà utile citare la frase di un cronista della fine del Settecento, Francesco Milizia. “Ma per vantaggio grande si esalta l’uso dei nostri palchetti, con i continuati corridori, di tanto comodo e libertà per girare, stare, affacciarsi, ritirarsi, occultarsi, giuocarvi, mangiarvi e farvi quello che viene in testa, come se si stesse nel proprio gabinetto con tutti i suoi agi per godere del teatro, e nello stesso tempo per godersi una particolare conservazione che continuamente si rinnova”. Sempre dello stesso autore particolarmente significativo è il passaggio seguente: “Uno dei grandi vantaggi degli spettacoli pubblici è lo stare in pubblico. In casa propria, e fra’ propri domestici lascia ciascuno andar libere le sue passioni; ma incomincia a comporle nella misura in cui gli cresce intorno il numero e la qualità dei riguardanti; onde ciascuno si mostra in pubblico con un’apparenza di morigeratezza e di civiltà che in privato non sa possedere, e si sforza di comparire qual realmente dovrebbe essere… Non sarebbe picciol profitto il poter ridurre i viziosi e ridicoli a non esserlo che dentro di loro stessi”. Per concludere, che cos’è un teatro all’italian e soprattutto quali sono gli elementi essenziali che lo caratterizzano? Anche se si tratta della disposizione teatrale più diffusa al mondo, la tipologia della sala “all’italiana” è anche la meno facile da cofidicare. Un elemento può essere la separazione tra sala e scena, un altro la divisione “classista” o “gerarchica” dei posti, un altro ancora la simmetria e la prospettività dell’impianto, il palco in declivio, l’assenza o la presenza del palco reale. Ovviamente nel nostro Paese parlare di architettura teatrale significa parlare di opera lirica, il genere di spettacolo che fu la spinta principale alla costruzione di questi edifici. Anche il Teatro dell’Unione fu concepito per questo dipo di utilizzazione e dalla data della sua inaugurazione, nel corso di quasi un secolo e mezzo, con una tradizione ininterrotta negli anni, è sempre stato rispettato il “rito” della rappresentazione di due o tre melodrammi in quella che, un po’ pomposamente, chiamiamo “stagione lirica”.



PRIMI ANNI DI ATTIVITA' : L'OTTOCENTO



La posa della prima pietra avvenne il 28 Novembre 1846. Il progetto prescelto fu quello dell’architetto Virgilio Vespignani di Roma. Allo stesso architetto si deve il progetto di vari teatri eretti in quel periodo nello Stato della Chiesa, oltre ad altre opere pubbliche nella stessa Viterbo, come il cimitero di S. Lazzaro. L’impulso che fece nascere il Teatro dell’Unione fu dunque la grande passione, comune a quasi tutte le principali città italiane, per l’opera lirica.
Non a caso l’inaugurazione del teatro avvenne nel 1855 con la stagione lirica che durò dal 4 agosto al 25 settembre. Il programma comprendeva tre melodrammi e un balletto:
-Viscardello – melodramma in tre atti di F. M. Piave, musica di G. Verdi;
-Maria di Rohan – melodramma in tre atti di S. Cammarano, musica di G. Donizetti;
-Roberto di Picardia – dramma lirico in 5 atti di E. Scribe, musica di G. Meyerleer;
-Il Fornaretto – grande ballo in 5 atti di Giuseppe Rota.
L’impresario Vincenzo Iacovacci avrebbe voluto inaugurare il nuovo teatro con lo Stiffelio, ma una lettera autografa di Verdi testimonia la personali opposizione del maestro a causa dell’insuccesso del lavoro, che fu sostituito dal Rigoletto.
L’opera, a causa della censura dello Stato Pontificio, aveva dovuto cambiare il nome in quello di “Viscardello”.
La protagonista fu il soprano Virginia Boccadabati. Quella sera, alle ore 20.00 del 4 agosto 185, il teatro era gremito da una moltitudine accorsa anche dai centri vicini e dalla capitale. Era presente Virgilio Vespignani. Nell’intervallo del “Viscardello” fu rappresentato il ballo “Il Fornaretto”. In occasione del secondo spettacolo, “Maria di Rohan”, il teatro fu illuminato per la prima volta a cera con un effetto straordinario. Tutta la stagione estiva fu un trionfo celebrato in particolar modo per la ballerina Augusta Maywood, la prima americana che acquistò notorietà internazionale nell’arte della danza.
Negli anni successivi il teatro andò aumentando nell’interesse del pubblico, sia con melodrammi che con lavori di prosa del repertorio dell’epoca. Basti ricordare, per sottolineare l’interesse dei viterbesi dell’epoca per il teatro, che nel 1860 la celebre compagnia Bellotti Bon ebbe il teatro dal 21 luglio al 25 settembre per ben 40 recite.
Negli anni che seguirono, fino al 1870, che sancì l’annessione di Viterbo al resto d’Italia, le stagioni teatrali ebbero alterne fortune. Solo nel 1867 si ebbe un altro grande trionfo, con Cesare Pinzi primo tenore. A lui, secondo l’uso del tempo, andarono regali preziosi, omaggi floreali e sonetti. Anche tre balli, con Elvira Salviati prima ballerina, ebbero grande successo.
Nel 1873 l’impresario Boccacci allestì una stagione lirica con tre opere e due balli. La rassegna fu ottima, ma si concluse anzitempo per la fuga dell’impresario, che lasciò Viterbo senza pagare gli artisti. Questi non conclusero l’ultima recita e il giorno seguente invasero il Comune, costringendo il Sindaco, Giacomo Lomellini d’Aragona, a deliberare il pagamento del personale, circa cento persone esasperate.
L’Amministratore utilizzò il deposito di garanzia di £3000, più £1000 dei propri fondi a fronte di un debito di £5000.
Le disavventure teatrali del Sindaco Lomellini non finiscono qui. Nel 1875, per le difficoltà finanziarie dell’impresario Romiti, stava saltando la stagione lirica. Il Sindaco, per non far restare la città senza spettacoli in un periodo in cui erano presenti in città vari forestieri, assunse a carico del Comune l’intero onere degli spettacoli, raggiungendo un deficit di £7670,98, che venne ripianato dalla cassa comunale senza il supporto delle delibere consiliari dovute. Tre anni dopo il nuovo Consiglio addebitava l’intera somma agli eredi del marchese Lomellini, contenzioso che finì con una transazione di £3500.
Nel 1885 il Comune dotò il teatro di un sistema di illuminazione a gas, in sostituzione dell’Illuminazione a olio. Per vari anni non si era parlato più di lirica, finché nel 1886, per l’inaugurazione della ferrovia Viterbo-Attigliano, vi furono vari spettacoli.
Nel 1887 si ebbe un clamoroso successo con l’opera “Galiana” del maestro viterbese Angelo Medori, per la cui rappresentazione si era costituito un apposito comitato. L’opera rievocava le vicende della leggendaria fanciulla viterbese e la rappresentazione si trasformò in un tripudio di viterbesità.
La morte di Medori avvenuta il 19 gennaio 1894, a soli 54 anni, fu un lutto cittadino. Nel 1895 il maggior successo fu ottenuto con il dramma “Domenico Tiburzi il re della macchia” che ebbe ben tre repliche.


DAL NOVECENTO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE



Col passaggio di secolo, nel 1900, il teatro ospitò anche alcuni spettacoli cinematografici. Anche le cronache del teatro però si fanno più rare, in quanto nel 1902 si spense il conte Cesare Bruscagli, al quale si deve la preziosa testimonianza della “Cronaca teatrale”, da cui si sono tratte gran parte delle notizie qui riportate. Nel 1905 cadde il cinquantenario dell’inaugurazione che fu celebrata con particolare solennità: il Comune commissionò all’ing. Aldo Netti il progetto di illuminazione, per il quale furono utilizzate ben 700 lampadine. Una lapide commemorativa fu collocata nell’atrio, con particolare dedica al conte Cesare Pocci. Ora quella lapide, con lo stemma di Viterbo scalpellato, giace in un magazzino del teatro. Nel 1914 debutta all’Unione un grande cantante lirico viterbese, il baritono Fausto Ricci, un giovane autodidatta scoperto per caso mentre cantava dall’alto di un’impalcatura a Roma, intendo al lavoro di decoratore. Nel 1919, invece, vi debuttò il famoso tenore Giacomo Lauri Volpi, che si esibì all’Unione nei “Puritani” e quindi replicò nel “Rigoletto”. Nel 1920 un comitato di cittadini si costituì in impresa lirica, per far rappresentare a Viterbo un’opera del maestro viterbese Adriano Ceccarini, dal titolo “Dona Rios”. Nel 1935 si ebbe un concerto sinfonico e corale con 70 musicisti e 100 coristi, con la direzione del maestro viterbese Amedeo Cerasa. Furono poi eseguiti due intermezzi delle opere liriche del viterbese Adriano Ceccarini: “Lia” e “Dona Rios”.